VINCENZO MOLLICA INTERVISTA GIORGIO GABER

 

M: Quando hai capito che la canzone poteva diventare un modo per esprimere il tuo talento artistico?

 G: Tutto è iniziato un po’ per gioco e un po’ per passione. Più o meno casualmente, per spirito di emulazione verso il fratello maggiore, ho cominciato a suonare la chitarra e pian piano mi sono appassionato. Trovavo la cosa piacevole e divertente. Eravamo verso la metà degli anni ’50 e dall’America cominciavano ad arrivare in modo sempre più massiccio e invadente le nuove mode musicali. Stili ed espressioni per noi assolutamente lontane dalla canzone tipicamente italiana: il jazz prima, poi il blues, quindi il rock ‘n roll. Avevo circa 16 anni e come tanti miei coetanei mi sono appassionato a queste nuove tendenze. Per quanto mi riguarda la differenza stava nel fatto che eravamo in tanti ad ascoltare ma in  pochi a prendere in mano una chitarra.

Non parlerei comunque di talento artistico quanto piuttosto di attitudine, di passione appunto, in particolare per il jazz. Anche la composizione è nata per gioco e per divertimento. E all’inizio ovviamente risentiva moltissimo delle influenze americane . Potremmo considerare le prime canzoni della nostra generazione, e mi riferisco ai compagni di strada di allora Tenco, Paoli, Jannacci, Celentano e altri, come delle versioni imitative dei moduli d’oltre oceano.

 M: Il successo, la popolarità avuti all’inizio della tua carriera come hanno cambiato la tua vita e cosa ti hanno fatto capire?

 G:Alla fine degli anni ’50 continuavo a suonare e anche a cantare  solo per divertirmi e facevo parte di alcuni gruppi amatoriali che alla sera si esibivano nei locali milanesi. Uno di questi era il Santa Tecla. Una sera si avvicinò un signore come rappresentante della casa discografica Ricordi che mi fissò un appuntamento   per dei provini. Era Giulio Rapetti che sarebbe poi diventato il famosissimo Mogol. Io pensai ad uno scherzo e non mi presentai. Dopo qualche giorno il dottor Ricordi mi chiamò a casa chiedendomi il perché del mancato appuntamento. Mi scusai per l’equivoco e questa volta andai. Dopo pochi giorni incisi ‘Ciao ti dirò’ e inaugurai il catalogo Ricordi di musica leggera.

Ma anche queste prime incisioni erano assolutamente occasionali e da parte mia le prendevo ben poco sul serio. Tuttavia in termini economici qualcosa rendevano e io ne approfittavo per pagarmi gli studi universitari alla Bocconi.

Nel ’59 feci la mia prima apparizione televisiva al Musichiere. Nel corso della trasmissione, alcuni giovani cosiddetti ‘urlatori’, uscivano da dietro un juke-box e si esibivano in una breve esecuzione. Io cantai ‘Ciao ti dirò’ e dal  giorno seguente  tutti per la strada mi riconoscevano. Fu un’esperienza davvero strana, direi paradossale e anche un po’ sconvolgente ma che non cambiò sostanzialmente i miei sentimenti di affettuoso e divertito distacco da quanto stavo facendo e da quanto mi stava accadendo.

Solo un anno dopo con ‘Genevieve’ cominciai a sentire che l’attività musicale fino ad allora un po’ casuale e improvvisata poteva anche diventare qualcosa di più serio e concreto. Smisi di frequentare l’università e  pian piano quello del cantante si trasformò in un vero e proprio mestiere sempre più coinvolgente e devo ammettere anche sempre più gratificante.

 M: Negli anni ’60 sei stato molto presente in televisione anche come protagonista di molti programmi che si potrebbero definire ‘storici’. Come ricordi quelle esperienze?

 G: Il rapporto con la televisione è ovviamente iniziato con varie ospitalità nei programmi di intrattenimento. E devo dire che non ho mai avuto nessuna difficoltà con il mezzo televisivo. Anzi, credo   ci fosse da parte mia una certa facilità di comunicazione anche attraverso una forma di spettacolo che allora era proprio agli inizi. Tant’è che furono proprio i dirigenti RAI di allora a ‘promuovermi’ come cantante-conduttore. Iniziai con ‘Canzoni di mezza sera’ nel ’62 e per circa otto anni feci molte trasmissioni nel ruolo di ‘padrone di casa’ (‘Le nostre serate’, ‘Giochiamo agli anni trenta’, ‘E noi qui’ e altre) e questo ovviamente mi diede molta popolarità anche in considerazione del fatto che allora c’erano solo due canali televisivi. 

 M: Quando hai deciso di smettere di frequentare la televisione e perché?

 G: Fu per motivi personali, non certo professionali, che abbandonai la televisione. Anzi, rivista oggi, la televisione di allora aveva una qualità molto elevata. Regie curate, lunghi periodi di prove tecniche e artistiche, testi pensati e scritti dove nulla era lasciato al caso o all’improvvisazione.

Ma nonostante questo la dimensione che più mi appagava era il rapporto diretto col pubblico. Che del resto non è mai venuto meno neanche in quel periodo perché accanto agli impegni televisivi avevo comunque una intensa attività di spettacoli dal vivo. E poi, siamo alla fine degli anni ‘60, si avvertivano nell’aria fermenti culturali nuovi sempre più intensi e coinvolgenti. Ed era tanta la voglia di dire e cantare cose che comunque in televisione per via di una censura allora molto severa e di programmi necessariamente poco impegnativi,  non avrebbero comunque potuto trovare spazio.

Allora quasi improvvisamente, pur all’apice del successo, smisi con la televisione per iniziare con il teatro un percorso completamente diverso.

 M: Mi racconti l’incontro artistico con Mina che per me è stato l’incontro di due fuoriclasse?

 G: Fu proprio con Mina che ebbe inizio la svolta teatrale. Dopo varie esperienze televisive insieme,

Un giorno mi propose una tournèe teatrale dove io facevo la prima parte e lei  la seconda. Considera che la popolarità di Mina già allora era pazzesca ed è innegabile che il pubblico venisse a teatro soprattutto per lei. E invece il sipario si apriva su di me che dovevo poi ‘tenere’ la scena per oltre un’ora. Fu una sfida difficile e stimolante e credo di averla vinta. E mi convinsi che per me il teatro era la dimensione più congeniale.

M: Il Signor G è stato uno spartiacque nella tua carriera. E’ stato questo spettacolo a farti capire che la canzone poteva trasformarsi in teatro?

 G: In effetti il Signor G. è un punto di svolta nel mio percorso.Era il primo tentativo in Italia di portare la canzone a teatro inteso ovviamente non solo come luogo fisico. In Francia i recitals teatrali di canzoni erano una tradizione consolidata e resa famosa da artisti del calibro di Brel, Brassens, Montand, Greco e altri. Ed è proprio a partire da questi esempi che pensai di allestire uno spettacolo dove le canzoni si legavano a questo Signor G. che non a caso aveva le mie iniziali e che rappresentava allora una tipologia socio culturale molto diffusa e a me molto vicina. Le canzoni che componevano il recital cominciavano ad essere composte proprio tenendo conto della dimensione teatrale e dell’efficacia che dovevano necessariamente avere al primo ascolto. E anche la loro successione nello spettacolo era studiata in modo da rispettare un percorso emotivo molto preciso. In un primo tempo le parti recitate erano molto brevi e servivano perlopiù di raccordo tra le canzoni. Hanno poi assunto un peso sempre maggiore sino a diventare monologhi o racconti articolati e gli spettacoli hanno raggiunto una forma più precisa e compiuta che abbiamo definito teatro-canzone. Ho un debito di riconoscenza che è giusto ricordare verso il Piccolo Teatro nella persona di Paolo Grassi. Fu lui infatti a darmi fiducia e ad incoraggiarmi su questo progetto e diede al ‘Signor G’. il prestigioso patrocinio del suo teatro che mi avrebbe poi accompagnato per tutti gli anni ’70.

 M: Hai vissuto e vivi il teatro in maniera totale: attore, cantante, autore, regista. Cosa rappresenta per te? E perché questa tua rinuncia alla televisione e all’attività discografica? 

G: In effetti il teatro divenne ben presto per me un’esperienza esclusiva e totalizzante. Coincise con l’abbandono totale della televisione e delle interviste con la stampa. Anche l’attività discografica, fino ad allora molto intensa, si limitò ad essere pura testimonianza dei miei spettacoli riproducendone le integrali registrazioni. Da un punto di vista strettamente teatrale è ovvio che essendo solo in scena non sentivo la necessità di particolari collaborazioni in quanto dovendo fare i conti solo con la mia fisicità era abbastanza naturale che fossi io il regista di me stesso curando tutti i dettagli che componevano gli spettacoli.

Per quanto riguarda l’attività discografica devo dire che con ‘La mia generazione ha perso’ c’è stata una ripresa molto interessante che mi ha reso consapevole di una popolarità molto più allargata rispetto a quella che pensavo di avere. Devo dire che l’ambiente intellettuale e la stampa sono state molto generose con me in questa circostanza e tramite l’album ho anche avuto modo di raggiungere un pubblico che magari solo vagamente   aveva sentito parlare di me non avendomi mai visto prima a teatro. Credo quindi, con un po’ di rammarico, di essere in debito con l’attività discografica che avrei forse potuto curare di più in questi lunghi anni di esclusiva attività teatrale. Sulla rinuncia alla televisione invece non ci sono rimpianti. La mancanza di qualità, l’appiattimento generale, l’assoluta superficialità sono caratteristiche sempre più peculiari alla televisione di oggi sia essa pubblica che privata. Non credo proprio sia possibile ritagliarsi in questo contesto uno spazio diverso. 

 M: La collaborazione con Luporini ha dato vita a molti spettacoli, come si è sviluppato il vostro rapporto artistico?

 G: Sandro Luporini abita a Viareggio e di mestiere fa il pittore. Ci siamo conosciuti a Milano, agli inizi degli anni ’60. Abitava nella mia stessa zona, il Sempione, e abbiamo cominciato a scrivere canzoni quasi per caso e all’inizio in modo molto frammentario. La nostra prima composizione è stata una specie di strano esperimento che si intitolava ‘Suono di una corda spezzata’ ed era il retro di ‘La ballata del Cerutti’. Quello con Luporini è stato un incontro estremamente importante e significativo per la mia vita soprattutto da un punto di vista umano prima ancora che da quello professionale. Forse perché ci caratterizza una visione delle cose molto simile o comunque complementare, o forse perché entrambi ci sforziamo costantemente di comprendere la realtà che ci circonda fatto sta che ciò che è veramente appassionante nel mio rapporto con Luporini è la gratificazione intellettuale e il coinvolgimento emotivo delle nostre discussioni.   E mi riferisco al piacere di conversare proprio nel senso etimologico di ‘convergere’ partendo da presupposti o angolazioni diverse su di un punto che è poi l’oggetto delle nostre disquisizioni. Solo quando abbiamo focalizzato con precisione il problema inizia il vero e proprio lavoro di scrittura che in genere assorbe la parte minore del nostro lavoro molto più rivolta, appunto, all’analisi e all’approfondimento teorico. E sul piano della scrittura conta poco che io abbia una maggiore competenza sulla musica perché il nostro è un lavoro di grande simbiosi e non a caso i brani e gli spettacoli sono firmati da Gaber-Luporini senza distinzioni tra autore e compositore. Sandro diventa comunque una presenza costante e insostituibile nella mia attività a partire dal ‘Signor G’., da quando cioè, col teatro, gli spettacoli cominciano a diventare dei percorsi di scrittura articolati e complessi. Da allora il nostro lavoro si svolge prevalentemente d’estate quando per alcuni mesi ci incontriamo quotidianamente e parliamo di tutto ciò che ci sembra interessante e significativo. Da queste riflessioni, da queste discussioni a volte anche animate e che possono durare per giorni e giorni, scaturiscono poi gli argomenti o le angolazioni diverse su argomenti già trattati dai quali nasceranno monologhi e canzoni che formeranno poi il contenuto del successivo spettacolo.

 M: Non sei mai stato allineato con il potere, anzi sotto questo profilo forse sei stato sempre un irregolare, di che tipo?

 G: E’ vero, non ho mai aderito a nessun partito e non ho mai fatto dichiarazioni di voto. Anzi, non vado a votare   dal ’74. Ho fatto  un’eccezione solo quando mia moglie Ombretta Colli si è candidata. Del resto, se fosse stata sconfitta per un solo voto ed io non mi fossi recato alle urne puoi ben immaginare quale tragicomica situazione famigliare   si sarebbe venuta a creare. Ma al di là di questo non ho mai creduto che l’iscrizione ad un partito o ad uno schieramento politico potesse costituire un momento di  reale aggregazione e appartenenza. Del resto nei nostri spettacoli, a parte alcuni rari ed espliciti accenni, la politica non viene mai affrontata in modo diretto. Come avviene invece nella satira che costituisce comunque un genere di spettacolo a me non congeniale e che si risolve in genere con battute più o meno spiritose. Sollecitano invece la mia indignazione, che si traduce poi in violente invettive o in dolorose riflessioni ironiche, gli appiattimenti culturali, l’assenza di pensiero, il conformismo, le ingiustizie, i soprusi, le prevaricazioni di ogni tipo sempre legate alla stupidità degli individui che non finiscono mai di stupirmi per il loro egoismo e per il loro infinitamente basso livello di coscienza.

 M: Oggi a che punto è Gaber? Quali sono i valori che contano di più? E cos’è la speranza per te?

 G: Forse per questioni anagrafiche, mi trovo in un momento di riflessione, direi quasi di bilancio. Non a caso il mio ultimo album si intitola ‘La mia generazione ha perso’. Direi che oggi prevale un senso di amarezza per le sconfitte della mia generazione. Del resto con Luporini abbiamo sempre cercato di parlare e di riflettere attorno ai nostri slanci e alle nostre utopie ma anche intorno  a ciò che ci faceva male, che creava disagio a noi e forse, anzi sicuramente, non soltanto a noi. Cercando di interpretarlo e di capirlo, quel male. Oggi più che ad una evoluzione positiva dell’individuo, mi sembra di aver assistito ad un suo mutamento direi quasi antropologico. E vedo un uomo sempre più sopraffatto e totalmente in balia della violenza del mercato. E mi chiedo a cosa siano serviti i nostri slanci, le nostre utopie, i nostri ideali, le nostre ribellioni, le nostre trasgressioni. Purtroppo devo rispondere constatando che non siamo stati migliori dei nostri padri e non credo possiamo costituire un esempio attendibile e autorevole per i nostri figli. Siamo scesi in piazza per contestare, anche con violenza le dittature politiche del mondo, ma abbiamo perso di fronte all’unica dittatura che ha realmente trionfato: quella del mercato. Almeno i nostri padri la resistenza l’avevano fatta davvero. Noi non siamo stati capaci di resistere alla finta seduzione del consumo e, anzi,   ne siamo stati complici per quanto inconsapevoli.

Io credo sia importante riconoscere i propri errori e le proprie sconfitte perché comunque la consapevolezza e l’onestà intellettuale rimangono valori fondamentali. E in ogni caso ammettere la propria sconfitta è indispensabile anche per poter ripartire con maggior chiarezza e con nuovi slanci vitali. Sandro e io abbiamo una fiducia praticamente illimitata nelle potenziali risorse dell’individuo e questa potrebbe essere la nostra fede. Laica, naturalmente.