ADDIO SIGNOR NO
di Giampiero Mughini



L'ironia, il disincanto, le forti passioni di un cantautore dolce-amaro.
Erano solo canzonette. E ci hanno cambiato la vita. Sì, erano solo canzonette quelle di Giorgio Gaber, uno che non l'aveva persa affatto la sua gara a creare e a commuoverci. Lo faceva da oltre quarant'anni, da quando aveva debuttato giovanissimo e già allora era un signore del palcoscenico. Da oltre quarant'anni la sua musica e i suoi versi, e il suo modo di pronunciarli, e quel suo sorriso dolce-amaro di chi ama la vita ma la vita gli fa male, raccontavano noi e come stava mutando il nostro modo di stare al mondo.
Raccontavano la città moderna, «ah com'è bella la città». Raccontavano le illusioni della nostra giovinezza, che si potessero correggere tutte le brutture del mondo. Raccontavano le disillusioni e la solitudine venute dopo quelle fiammate e come ci fossero domeniche dove per passare il tempo non ti restava altro che «uno shampoo» con numerosi risciacqui. Raccontavano come dopo tanto girovagare e penare e ambire noi non ne sapessimo nulla di nulla di come va il mondo.
Dario Fo ha voglia a definire Gaber «un pessimista», con tutto quello di riduttivo che il termine connota. Il fatto è che ha avuto ragione lui, «il Signor non so», e non quelli che volevano raddrizzare le gambe ai cani e che hanno preso per buoni alcuni capi politici che s'erano vantati di saperlo fare. No, non ha avuto ragione Fo quella volta che era stato nella Cina maoista e gli era apparsa paradisiaca, e lo abbiamo saputo dopo e in dettaglio che i morti ammazzati dalle fazioni politiche vi erano in quel momento a centinaia di migliaia.
No, ha avuto ragione Gaber: e ho impressa nel ricordo la sua espressione, pochi mesi fa, quando a conclusione della intervista mi disse che lui non sapeva proprio nulla, ma proprio nulla.
Molti di quelli della mia generazione, che non ha né vinto né perso, ma di cui eccezionali sono stati sia i torti sia le ragioni, sono cresciuti all'unisono delle sue canzoni, delle sue domande, dei suoi dubbi, stavo per dire dei suoi tic.
Al Teatro Sistina di Roma, tre o quattro anni fa, uno degli ultimi suoi show prima che la malattia lo artigliasse, a un certo punto ci alzammo tutti in piedi, trascinati dalla sua voce e dalla sua malia, ed era come se lui, talmente orgoglioso e talmente appartato, ci stesse rappresentando tutti e ci stesse raccontando tutti, lui che sapeva farlo così impareggiabilmente.
Lui che faceva spettacolo, nel senso di trovare l'espressione e accentuarla, dalla punta dei piedi alla cima dei capelli. Passando attraverso la sua chitarra, quell'uomo raccontava e poetava in musica, e pochi altri narratori e poeti dell'Italia di questi ultimi quarant'anni hanno avuto all'attivo una tale capacità di comunicare e commuovere.
Quel suo piede destro che batteva il tempo, e i capelli lisci che a un certo punto sventolavano sul suo volto aquilino, e la forza di quella voce che sorgeva come da tutto il corpo, e quell'aria di uno che non trova mai pace e non sosta mai da nessuna parte: al Sistina era stato un concerto indimenticabile. Com'era stato indimenticabile il giorno in cui finalmente lo incontrai e lo conobbi, lui così ritroso.
E capisco adesso, e ne piango, quella sua espressione come indecisa e ironica quando nel salutarlo gli ho detto: «Spero che questo nostro incontro sia solo un inizio». Sono passati poco più di sei mesi da allora. Addio Signor non so, nostro fratello.