Giorgio il cantore
di un passato tradito "La mia generazione ha perso" è il titolo del nuovo disco
del cantautore milanese, di prossima uscita. Riflessioni e omaggio al Sessantotto
MICHELE SERRA
Il mondo ci sembra peggiore perché lo è davvero o
perché non siamo più giovani, e ce lo sentiamo sfuggire di sotto i piedi? E quando ci si
duole perché il mondo non ci capisce più, non sarà che siamo noi a non capire più il
mondo?
Grande tema per una grandissima canzone, La razza in estinzione, inconfondibilmente
gaberiana nel suo pathos acre, nella sua teatralità impetuosa. Canzone doppia, con un
primo piano dominato dall'invettiva senza quartiere, dal malessere morale, e in secondo
piano un dubitoso arretrare, un passo indietro rispetto a quanto si è appena detto sul
proscenio. Forse l'età di cui si maledicono gli usi e i costumi ha soprattutto questo di
insopportabile: che non è più la nostra.
La razza in estinzione è, certamente, anche l'appassionato epitaffio di una generazione,
quella sessantottina, della quale Gaber è stato lungamente compagno di strada. Tra i
primi a dirne i vizi e le magagne modaiole, oggi Gaber è orgogliosamente in anticipo
anche nel rivalutare il coraggio di quegli anni, e nel rivendicare quanto meno il valore
della scommessa perduta. Gli umori correnti sono, nei confronti di quella storia e di quei
protagonisti, ben più ingenerosi, e conformisticamente sprezzanti: basti pensare alla
cella immeritata di Adriano Sofri o al pelosissimo linciaggio di Daniel CohnBendit,
riletto (e tradotto) trent'anni dopo in una losca chiave pedofila. Ma è noto che tra i
pregi di Gaber c'è la solitudine del giudizio, e l'assoluta indifferenza alle opinioni
correnti.
A parte la nobiltà dell'omaggio al Sessantotto, la grande intuizione artistica della
canzone sta però in quell'umore aggiunto, in quella riflessione più pacata, e
universale, sullo sfumare degli anni. Così che quasi ogni generazione, ascoltandola,
potrebbe riconoscersi nel destino di anacronismo e di sconfitta che segna, sempre,
l'abbandono della giovinezza.
Pur potendosi contare diversi artisti - e tra essi molti cantautori - che stanno vivendo
una proficua maturità, la capacità di Gaber di fare perno perfino sull'invecchiamento
per sollevarsi da terra di un bel palmo, emozionarsi ed emozionare l'uditorio, è più
unica che rara. La sua forza, d'altra parte, è sempre stata l'uso perfino doloroso del
«sé», spremuto sulla scena fino all'ultima stilla.
Non stupisce, dunque, che un anziano attorecantore, dopo quasi mezzo secolo di carriera e
tre decenni tondi di grande teatro, riesca a fare della sua figura segnata e claudicante
un indomabile strumento artistico, forte nei toni, e dalla mira precisa, pesante e leggero
a seconda del calibro espressivo scelto. Si è sempre sentito, d'altra parte, dire bene e
dire male delle canzoni di Gaber, a seconda delle sensibilità urtate o gratificate. Ma si
è sempre sentito dire solamente bene di Gaber, voce e corpo di una storia artistica
formidabile, germinata nel rock'n'roll, fortificata negli show televisivi di anni nei
quali in televisione arrivavano solo i migliori e non i peggiori, infine sbocciata in
teatro con una lunga e interminata saga di onemanshow che hanno descritto e commentato
tutti o quasi i momenti decisivi della cultura e del costume nazionali.
La razza in estinzione dice che quel racconto non è finito. E che, in fin dei conti,
nessuna generazione ha perso finché qualcuno avrà le parole per raccontarla.
LA RABBIA
che ci aiuta
A VIVERE
GINO CASTALDO
Manca qualche giorno all'uscita del disco di Giorgio
Gaber, e già se ne parla come di una enciclica laica, un amaro bilancio dei nostri tempi,
così allegri, in realtà così svuotati di senso, e dei passati decenni di battaglie
esistenziali e politiche.
Il titolo, La mia generazione ha perso, non diminuisce questa sensazione. Anzi. E
tantomeno l'allontana il fatto che a commentare ogni canzone, nel libretto del disco, ci
sarà un breve testo firmato da personaggi scelti con un raggio di ampiezza enorme che va
da Don Luigi Giussani a Fausto Bertinotti, da Mina a Francesco Alberoni.
Anche le parole di queste canzoni, che giorno dopo giorno stanno trapelando come fossero
stille di sangue di una sindone apocrifa, aumentano il disagio. Sono parole pesanti,
scudisciate, strappi dell'anima che lasceranno un segno in chi è ancora disposto ad
ascoltare, e non ha messo da parte Gaber per l'ambiguità che molti hanno letto nelle
dichiarazioni che ha rilasciato negli ultimi anni.
I toni oscillano dalla rabbia, espressa come tale, quasi come ruggiti di un vecchio leone
che non vuole più mediare, che se la prende col conformismo, con i giubilei, coi nuovi
intellettuali, col vuoto tragicomico trasmesso dai media, fino all'ironia, ovviamente
immarcescibile, legata a Gaber come un codice genetico insopprimibile. Quasi a contrasto,
in altre parole emerge invece un dolore da elegia, testi che, scritti da un uomo della sua
età, lasciano una forte scia di amarezza, come in Quando sarò capace di amare («Quando
sarò capace di amare, farò l'amore come mi viene, senza la smania di dimostrare») o
L'appartenenza («Sarei certo di cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi»),
parole che in fondo mostrano un sincero rimpianto per qualcosa che poteva succedere
all'umanità, ma non è successa. Come dire, le cose non sono andate come pensavamo,
cerchiamo almeno di non perdere la capacità di raccontarlo.
Sembra di ascoltare l'ultimo dei liberi pensatori, o semplicemente l'ultimo dei liberi,
più arrabbiato di com'era un tempo, più deluso, più innamorato di un tempo della
bellezza che ci stiamo lasciando scappare alle mani.

Le tappe (immagini nella sezione
Spettacolo del giornale)
IN FAMIGLIA
Una foto di famiglia: l'artista con la moglie Ombretta Colli e la figlia Dalia. Oggi lei
si è dedicata alla politica e lui ha ammesso di averla votata, benché fosse nelle liste
di Forza Italia
LA TOURNée CON MINA
Insieme hanno fatto due tournée: lui faceva il primo tempo, la cantante il secondo.
L'artista ha raccontato: "La gente aspettava Mina e si trovava Giorgio Gaber"
il cabaret
Un'immagine con Cochi e Renato, Bruno Lauzi e Lino Toffolo. Siamo negli anni Sessanta,
quando il cabaret e la nuova canzone d'autore dialogavano e si ispiravano a vicenda
IL DEBUTTANTE
Un Gaber giovanissimo
con la chitarra elettrica, quando giocava col rock n'roll e stava trovando la sua
identità di nuovo cantore ironico e graffiante