Il ritorno del Signor G


Esce il 13 aprile "La mia generazione ha perso", l'ultima attesissima fatica di Giorgio Gaber, l'attor-cantautore che invitava alla partecipazione e ora narra con sguardo disilluso una società dove la libertà "è star sopra un albero".
di Enrico Deregibus

"E sarà ancora bello…quando parla Gaber" diceva una canzone di Enzo Jannacci, che di Giorgio Gaber è spesso stato compagno di viaggio. E Gaber torna a parlare, anzi stavolta pubblica un disco vero e non solo la registrazione di qualche suo recital, quei teatro-canzone che ha concepito trent’anni fa e che, pur senza esposizione massmediologica, lo hanno fatto entrare dentro la testa e il cuore di molti. Una lezione che i presenzialisti non hanno colto.

Questo nuovo disco, che sarà seguito da appuntamenti in università e teatri di varie città italiane, nasce probabilmente da una sorta di necessità di allargare il numero degli ascoltatori, di dire cose ad un pubblico più ampio. Perché stavolta il messaggio è diverso, sa di bilancio definito se non definitivo. Diretto, perentorio e aforistico come le sue cose migliori è il titolo del disco: La mia generazione ha perso. Una semplice sequenza di pronome, soggetto e verbo (il complemento è decisamente sottinteso) che ha smosso acque sopite, ha fatto dire sì, no, però, cioè.

Con qualche problema di salute sta entrando nella terza età Gaber, e forse anche per questo sente il bisogno di accettare e accettarsi per continuare. Le parole con cui ha spiegato il verdetto del titolo sono chiare: "A questo punto forse anche per un fatto di età, credo che sia arrivato il momento per un bilancio generazionale. Noi, con i nostri slanci, i nostri ideali, le nostre passioni e le nostre utopie siamo riusciti davvero a migliorare il mondo? Credo proprio di no. Tutto quello in cui noi abbiamo creduto non ha più riscontro, non esiste più. Ma forse non è una catastrofe, forse il riconoscere i nostri fallimenti magari con fatica e con dolore è l’unica soluzione per ritrovare energia, entusiasmo e soprattutto voglia di vivere".

La generazione del titolo è quella del ’68, anche se Gaber, veleggiando attorno ai sessant’anni, fa parte a ben vedere di quella precedente. "Non ti fidare di chi ha più di trent’anni" si diceva a quei tempi. E lui ne aveva ventinove. Ma più che una generazione anagrafica pare una generazione mentale e ideale. Inevitabilmente è lo sballottato e disilluso popolo della sinistra, quello che riempie i teatri dove lui si esibisce, ad attendere questo album, che è una chiamata alle armi, quelle della riflessione, del racconto.

Grazie anche al contributo fondamentale di Sandro Luporini, coautore dagli anni Settanta dei testi degli spettacoli, Gaber è uno dei pochi che riesce ancora a trattare di politica nelle canzoni. Il fatto di essere consorte di Ombretta Colli, attuale presidente della provincia di Milano per Forza Italia, ha sottoposto il cantautore milanese ad una sorta di nemesi secondo cui le colpe delle moglie ricadono sui mariti. In realtà il discorso non è così semplice. E la sua ottica politica odierna Gaber l’ha spiegata così: "Per fortuna alle prossime elezioni mia moglie non si candiderà, ed io potrò tranquillamente tornare all’astensione. Come dice Gianpiero Alloisio (cantautore genovese n.d.r.) io non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me". Nonostante i riflettori siano stati puntati sulle tematiche politiche "La mia generazione ha perso", va detto, coglie anche altro, ad esempio la sfera esistenziale, quella più intima.

La scrittura è sempre spoglia, quasi priva di liricità, con poche figure retoriche, se non fosse che è ogni singola canzone a essere una grande figura retorica. E anche se "io sono un attore che canta amplificando l’emozione con la musica", come ha detto in un’intervista con Gad Lerner, questa volta Gaber ha voluto che la musica fosse più di un comprimario, proprio perché questo è un album a tutti gli effetti. Aveva pensato a Fossati come produttore-arrangiatore (roba da farsi venire l’acquolina in bocca), ma il cantautore genovese si è gentilmente rifiutato e allora la scelta è caduta su Beppe Quirici, che musicalmente è il maggior collaboratore di Ivano Fossati. Ed è interessante capire cosa ne è venuto fuori.

Il disco uscirà il 13 aprile. Gaber nel frattempo è cercato, discusso, analizzato, appare sulle prime pagine dei giornali. E probabilmente venderà anche molto con questo disco. Quel suo compagno di viaggio, Enzo Jannacci, invece non ha un contratto discografico. Lui non può parlare. E questa è un’altra sconfitta, un’altra perdita della generazione cantata da Gaber.


Dubito, quindi sono. Storia di un artista di nome Gaber


Rockettaro della prima ora, poi nei Due Corsari con l'amico Enzo Jannacci, al festival di Sanremo e in tv, e infine la svolta teatrale con il Signor G. Ovvero Gaber: dalle canzoni alle riflessioni, senza mai rinunciare a un sano individualismo.
diEnrico Deregibus

A guardarlo, il Giorgio Gaber di oggi, ci si rende conto che la sua storia artistica e personale è tutta nella sua faccia: in quel sorriso garbato, in quell’espressività che sa farsi caricatura, tensione, racconto essa stessa, che sa essere orgoglio, pietà, grido o lampo d’ironia.
La faccia soprattutto di chi ha sempre avuto il dubbio a fianco, fino a che, in una sorta di sindrome di Stoccolma, il dubbio diventa un carceriere-amico, una risorsa, la via d’uscita fino alla volta successiva.

Agli inizi, parliamo degli anni Cinquanta, Gaber era una sorta di numero due (in cima c’era ovviamente Celentano) del rock’n’roll in Italia, una musica e un periodo che, tra mille ingenuità ed entusiasmi ragazzini, hanno costituito una prima piccola rottura negli schemi desueti dell’italica canzonetta scacciapensieri.

Fatto sta che Giorgio, vero cognome Gaberscik, c’era già. Suonava al Santa Tecla a Milano, guidava un gruppo chiamato Rocky Mountains e poi, insieme a tale Enzo Jannacci, aveva formato i Due Corsari.

Ad un certo punto viene messo sotto contratto da un giovane distinto, Nanni Ricordi (un nome che andrebbe ricordato sempre quando si parla di musica in Italia), che aveva avuto il compito di creare una casa discografica nell’ambito delle edizioni musicali Ricordi (nessun legame di parentela). E quindi andò a cercare giovani che avessero cose da dire, cose "vere" come si diceva a quei tempi. Trovò Gino Paoli, Luigi Tenco, Ornella Vanoni, Sergio Endrigo e molti altri, ma il primo fu appunto Gaber.

Un po’ cantante e un po’ intrattenitore, gli anni Sessanta lo vedono in prima fila tra Festival di Sanremo e tv varia. Alla fine del decennio fa un tour con Mina che gli conferma un’ampia popolarità, ma in qualche modo la sua strada deve ancora trovarla. "Andavo alla televisione, cantavo una canzone, facevo un bell’inchino. Poi mi guardavo e mi facevo schifo" avrebbe spiegato anni dopo.

Nel ’70 s’inventa un recital, il Signor G, al Piccolo Teatro di Milano: canzoni, monologhi, ironia, varie ed eventuali. E lì Gaber, unendo le sue due anime in una cosa sola, rinasce sotto altra forma.

Butta alle ortiche i lustrini, la televisione e la discografia, e inizia anno dopo anno a lavorare sodo per un progetto che viene chiamato Teatro-Canzone. A partire da quel Signor G seguono, con la stessa struttura, una lunga serie di recital, scritti insieme ad un pittore toscano, Sandro Luporini, che trattano con lucidità e senza alcun conformismo del chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo noi italiani, ma anche noi persone. Appuntamenti, a volte eretici, che dosano cabaret e riflessione, intensità drammaturgica e secca ironia, che pescano da psicologia, sociologia, filosofia. E dal buon senso.

"Ho sentito – ha spiegato nella recente intervista rilasciata a Gad Lerner sul Corriere della Sera - il rapporto fisico col pubblico, la sfida di inventare canzoni che la gente in teatro ascolta per la prima volta e subito devono lasciare il segno".

La serie degli spettacoli è lunga. Tutti sono incisi su album, ma i dischi veri e propri, quelli in cui si entra in sala di registrazione, da quel momento saranno pochi, così come le interviste, così come tutto quello che non è indispensabile. Giacca e cravatta, complicità non adulante con il suo pubblico, conoscenza del palco e delle sue leggi, Gaber per trent’anni ha dato vita ad una miscela rara. Non concede niente al consumismo, come alla volgarità, come all’apparenza (ma intanto senza clamore caccia i soldi per finanziare una rivista come Re Nudo). E i teatri sono sempre pieni, grazie alla più vecchia forma di promozione, il passaparola.

In un’intervista di qualche anno fa diceva preoccupato di non trovare più maestri in questi anni, di essere sguarnito di nuovi riferimenti culturali, di dover ricorrere ancora a quelli vecchi. Ma in qualche modo maestro è lui, un "vate dei cani sciolti", come era stato definito molti anni fa. E forse cane sciolto in fondo lo è chiunque.

Si va a vedere Gaber per sentir vibrare corde che ognuno ha dentro, ma che non sa toccare. Per questo ogni sua apparizione è una specie
di appuntamento con se stessi.


La Chiesa cattolica attacca Giorgio Gaber

La razza in estinzione, canzone trainante dell'ultimo album di Giorgio Gaber, La mia generazione ha perso, sta suscitando polemiche a profusione. Nel brano gli strali del cantautore piovono sui media, sulla politica e sulla Chiesa cattolica. Quest'ultima viene sferzata nel verso "vedo anche una Chiesa che incalza più che mai, io vorrei che sprofondasse con tutti i Papi e i Giubilei"). E le reazioni non tardano ad arrivare arrivano le prime reazioni attraverso la voce del cardinale Ersilio Tonini: "E' abbastanza semplice trascinare nell'accusa l'universo intero. Nell'epoca del '68, quella della generazione cui fa riferimento la canzone, e' stata proprio la Chiesa che ha avuto coraggio di dire dei "no" grandi come una montagna. Ritengo che un giudizio come quello contenuto nel testo del brano di Gaber sia gratuito. Partecipo con Gaber alla passione per questo mio tempo ma se la Chiesa ha sbagliato e sbaglia ancora, Gaber dovrebbe essere più preciso e indicare quali sono i nostri errori".

E prosegue: "Io benedico le critiche che ci aiutano ad essere migliori, ma un'invettiva del genere che trascina con sè tutto e che ritiene che il '68 e la sua generazione sia interamente da buttare e che abbia fallito, mi pare davvero ingiusto. La generazione del '68 aveva delle ragioni importanti da esprimere e, oltre a contestare, ha preparato la ripresa e il rilancio nella fiducia dei valori umani". Anche don Antonio Mazzi non rinuncia a dire la sua: "Quel testo di Gaber è di un qualunquismo spaventoso, non solo nella parte che riguarda la Chiesa. E per giunta sono parole pronunciate da una persona di sinistra che ha votato a destra, da un rivoluzionario che è sposato con il presidente della Provincia di Forza Italia. Sono parole ispirate da un pessimismo spaventoso, neanche provocatore, soltanto dettato dalla voglia di chiamarsi fuori e sparare battute qualunquiste. Mi pare che Gaber sia diventato un profeta delle sciagure e, in quanto al suo giudizio sulla Chiesa, è curioso vedere che poi, a commentare una canzone, (la canzone dell'appartenenza, N.d.R.), abbia scelto un brano di don Giussani. E anche il giudizio di Gaber sul '68 è ingiusto, ci sono state degenerazioni ma non si può dire che quella generazione abbia perso".

Ma se Gaber viene maltrattato da Tonini e Mazzi, l'Avvenire, quotidiano della Cei, Gaber gli riserva un trattamento di favore. La recensione dell'album recita in una sua parte: "Scandalizzarsi per il finale antipapista e antigiubilare significherebbe non tenere conto dell"irruenza reattiva e persino distruttiva di un artista così onestò che 'non puo' certo turbare chi su questo tema la pensa tanto diversament".

Ora si attende di sapere se il brano sarà eseguito da Gaber nel corso della sua partecipazione allo show di Adriano Celentano su Raiuno, il prossimo 26 aprile. (a.p.)

 

(12 aprile 2001)


Giorgio Gaber, un nuovo album e uno show con Celentano

Erano più di vent'anni che Giorgio Gaber non entrava in uno studio di registrazione per incidere canzoni nuove. Ma tra un mese, il 13 aprile,   uscirà La mia generazione ha perso l'album con cui il cantautore torna sulla secna discografica. Un titolo fortemente evocativo e provocatorio.

Ma perchè La mia generazione ha perso?: "A questo punto forse anche per un fatto di età, credo che sia arrivato il momento per un bilancio generazionale. Noi, con i nostri slanci, i nostri ideali, le nostre passioni e le nostre utopie siamo riusciti davvero a migliorare il mondo? Credo proprio di no. Tutto quello in cui noi abbiamo creduto non ha più riscontro, non esiste più. Ma forse non è una catastrofe, forse il riconoscere i nostri fallimenti magari con fatica e con dolore è l'unica soluzione per ritrovare energia, entusiasmo e soprattutto voglia di viere", ha spiegato amaro ma non rassegnato Giorgio Gaber.

Il cantautore, che sarà anche protagonista del nuovo show in tv di Celentano, negli ultimi anni si è esclusivamente dedicato all'attività teatrale. Per realizzare questo album Gaber è stato impegnato in sala di incisione per oltre tre mesi e si è avvalso della collaborazione di Beppe Quirici, uno dei più noti produttori italiani. Le canzoni dell'album trattano i diversi aspetti della realtà che ci circonda. Dalla politica al costume, dal sociale al privato. Giorgio Gaber e Sandro Luporini, attraverso il loro stile a volte pungente e ironico a volte dolce e sentimentale a volte fortemente polemico e aggressivo, non rinunciano alle temi più significativi e attuali realizzando così un percorso complessivo che li rappresenta totalmente.

(15 marzo 2001)