Sotto i riflettori, sopra un palco nudo, quasi squallido, gesticola, con moti nervosi e disarticolati, una figura esile e scomposta. Lo zoom si avvicina e appare un viso scarno, sovrastato da un naso adunco e prominente, una maschera in grado di somatizzare il dolore, la rabbia, la gioia, una miriade di sentimenti e di situazioni, in una teoria di immagini reali e convincenti.    Questa silouhette tra le luci è Giorgio Gaber, per l'anagrafe Gaberscik nato a Milano il 25 gennaio 1939. La famiglia, di origini venete, è una tranquilla famiglia della piccola borghesia, che, subito dopo la guerra, manda il figlio a scuola sino a diplomarsi ragioniere. A seguito di una paralisi ad un braccio che lo colpisci a quindici anni, i medici gli consigliano lo studio della chitarra, per curare l'esercizio dell'arto. Superata la maturità arriva subito l'iscrizione alla Bocconi. Ma i Rocky Mountain, un complessino Jazz interromperà la sua carriera universitaria. Inizia l'avventura discografica, opportunità che Ricordi gli offre con un contratto. A metà degli anni sessanta debutta in televisione come conduttore e nel 1970 calca il palcoscenico da attore, quando il Piccolo Teatro di Milano chiede all'artista di allestire un recital da portare nelle piazze della Lombardia. Prepara e incide il Recital "Il Signor G". Il nuovo Gaber si presenta con un manifesto sulla sua condizione di artista, sul suo passaggio da star della musica leggera e showman dei sabati televisivi, a cantante e attore impegnato: è la storia di un uomo qualunque, di un uomo del nostro tempo, con tutte le speranze e le delusioni, i drammi e i problemi che comporta l'esistenza quotidiana.  Nel corso degli anni è stato definito "anarchico", oppure "filosofo ignorante" e ancora "vate dei cani sciolti", ma qualsiasi etichetta risulta assai stretta e mai sufficiente a riassumere la complessa personalità soggettiva e politica dell'artista.

di Riccardo Piferi - Lato Side 1979

Il Signor G è l'uomo che fatica a vivere e a cui crollano uno dopo l'altro i miti della giovinezzaQuesto "uomo qualunque" è pieno di contraddizioni e di ripensamenti: non ha certo l'ardire di gettarsi nella lotta e nello scontro, ma nemmeno si vuole isolare fino a perdere i contatto col mondo circostante. La sua capacità di non farsi conivolgere troppo strettamente non vuole essere vigliaccheria né fuga: aspira piuttosto, col suo consistere medio, a insegnare qualcosa di cui stiamo perdendo le tracce: la difficile virtù della tolleranza, la capacità di considerare gli eventi con pacatezza e con riflessione.

di Michele L. Straniero - Il Signor G 1979

Lo spettacolo di Gaber è così: tragico. Certo, si ride spesso, anche se non alla maniera solita d'oggi, cioè forte sopra gli altri. D'altra parte, non si piange nemmeno su noi stessi; perché non è affatto una serata deprimente; e per di più può mettere in crisi, ma non aiutare a crogiolarsene. Forse c'è una ragione di questa spinta animante, ed è la concretezza dell'impegno, finalmente. Ma anche quella che Gaber, oltre che immerso nella vita attuale, è poeta. Naturalmente, non di quelli che decorano con parole stupende le realtà già note; è poeta perché canta con le parole vere le cose vere, e ce le fa scoprire in un modo diverso, ci obbliga a fare subito i conti con quelle. Sono parole a volte dure, a volte buffe, spesso teneramente angosciose: un occhio impietoso che si posa sulla realtà, la prende in giro, la carpisce; uno stomaco che fatica a digerirla; un animo che ne soffre e ne cerca le ragioni; una voce che comunica...

di Lorenzo Arruga - da "Dialogo tra un impegnato e un non so" 1972 

Caro Gaber, avrei detto di no al tuo invito se ai tuoi spettacoli non mi fosse sempre accaduto di divertirmi ed emozionarmi. Emozionarmi e talvolta anche spinto dalla polemica perché tu sei diverso, sei un uomo e la discussione è d'obbligo. Questa è anzi la tua cosa più pregnante: quella di aprire sempre un dialogo con le tue canzoni e di obbligare a delle risposte con i tuoi monologhi. Ma c'è di più: la tua invenzione che tutto si può difendere, la libertà, la dignità dell'uomo, la felicità con la partecipazione. Tu sei presente nella società in questo tempo convulso da vivere come sempre quando l'uomo è arrivato ad una grande svolta. Tu non sei profeta e non dici come avverrà, anzi sotto i colpi di avvenimenti amari ogni tanto le parole delle tue canzoni si velano di pessimismo, ma è destinata a vincere la speranza, la partecipazione, sissignore, la partecipazione di tutti che risolve. Caro Gaber, verrò come sempre al tuo spettacolo anche per sentire ripetere dalla gente più diversa: "E' vero, con Gaber ognuno ha un amico in più, un amico che ci dà musica e poesia".

di Davide Lajolo - da "Far finta si essere sani" 1973

Gaber è sempre Gaber, dolente, ironico, aggressivo quanto serve. Ciondolante sulle lunghe gambe dinoccolate, im maglione e blue jeans di velluto, parla alla gente con voce profonda che scivola nel suo accento inconfondibile, si carica di ritmo crescente fino a diventare lei stessa musica martellante, continua, sovrapposta alla musica vera, alle percussioni e ai sintetizzatori. Canta "il male" nascosto in ogni angolo della realtà, quell'assedio costante che ciascun individuo subisce senza sapere con chi deve combattere. Giornate che si susseguono uguali, mogli, figli, amanti, affetti da dimenticare. Vicini "tutti di un pezzo", impresari teatrali che sollecitano il lavoro, la Volgarità del mondo che tormenta, "uomini visti di spalle" persi nella loro stupidità, uguali a tutti gli altri uomini della terra.  In fondo, non ci sono risposte, ma alla fine del percorso si esce diversi, e "l'uomo che cammina davanti" desterà ora tenerezza.    

di Monica Sicca - Stampa Sera 1989

e così, a un certo punto, abbiamo liberato anche l'amore: finalmente più nessuna repressione, anzi, per alcune coppie l'infedeltà è una specie di garanzia di modernità.
E con questa smania di dare ascolto ai brividini del cuore si disfano allegramente le coppie e gli amori nascono come funghi in una strana euforia di cui il fallimento sembra la normale conclusione.
Ma non c'è mai venuto in mente che proprio nella fedeltà si potrebbe trovare una risposta… diversa; no, non la fedeltà alle istituzioni e neanche alle regole del buon senso antico ma… la fedeltà a noi stessi….

Giorgio Gaber